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I post di RisPets

Sostenibilità e ambiente secondo Andrea Bertaglio, top Green Influencer

Andrea Bertaglio, è il giornalista che insieme ad Alessandro Gassmann, Lisa Casali, Tessa Gelisio, Luca Talotta e Lucia Valentina Nonna è stato nominato nella rosa dei “Green Influencer”, ovvero le persone italiane più impegnate nella comunicazione social della sostenibilità.




Andrea Bertaglio è laureato in sociologia e dopo aver scritto per ilfattoquotidiano.it , occupandosi dei temi ambientali e sociali, dal 2013 collabora con La Stampa.

Come tutte le interviste di questo blog, gli ospiti sono invitati a rispondere a una griglia di dieci domande, liberamente, che poi pubblichiamo integralmente. Vi auguriamo buona lettura.


Intervista ad Andrea Bertaglio


Racconti la sua storia e come è nato il suo impegno.

Raccontare la mia storia sarebbe un po’ lungo, quindi mi limito a dire che il mio impegno è una conseguenza di una sensibilità verso la natura e il rispetto della stessa, per quanto possibile nel contesto urbano in cui viviamo in un Paese come il nostro, che ho avuto sin da bambino.


Mia madre si ricorda ancora di come fossi io a rimproverarla se o quando buttava qualcosa dal finestrino dell’auto (nei primi anni ’80 si facevano senza badarci cose oggi impensabili in un Paese civile). Crescendo mi sono appassionato di società, in qualche modo di demografia, e ovviamente di ambiente e sostenibilità.


Mi sono laureato in sociologia, ma ho sempre notato che trend sociali e tematiche ambientali erano strettamente collegate. Questo, unito al fatto che fin dalle elementari avrei voluto fare il giornalista (penso perché avevo ottimi risultati nei temi), mi ha portato a fare il “giornalista ambientale”. Oggi, a quarant’anni suonati, continuo a ritenere questa come la mia identità nel mondo, e forse la mia missione.


Raccontare, sensibilizzare, informare, comunicare ciò che riguarda i mille temi che ruotano intorno all’ambiente lo trovo di un’importanza estrema, soprattutto in un Paese come il nostro.


Ci consigli un libro e ci spieghi perché.

Ci sono molti libri che consiglierei, alcuni dei quali mi hanno letteralmente cambiato la vita. Penso a Nietzsche, Herman Hesse, Oscar Wilde… Consiglierei anche la trilogia del secolo di Ken Follett, da far leggere nelle scuole in questi periodi di fascismi e nazionalismi rigurgitati dai populismi e sovranismi oggi in voga.


Se però parliamo di ambiente, il libro che consiglio (e che avrei voluto scrivere io) è “Confessioni di un eco-peccatore” del giornalista ambientale inglese Fred Pearce. Un libro di una decina di anni fa, che prende diversi oggetti nella casa dell’autore (tè, cellulare, fede nuziale ecc.) e ne ripercorre a ritroso la storia, andando ad indagare sul campo come sono stati prodotti e quante risorse sono servite per portarli fino a lui. Un ottimo libro, che fa capire come la sostenibilità si faccia a 360 gradi e riguardi tutto ciò che ci circonda, non solo questo o quell’oggetto, o questo o quell’alimento.





Ha un suggerimento per gli adolescenti?

Quello di apprendere e studiare, innanzitutto. Ma anche quello di viaggiare, e di fare almeno un anno all’estero. Per imparare un’altra lingua, aprire la mente, conoscere, sprovincializzarsi, uscire da questa bolla molto italiana in cui siamo convinti di sapere già tutto del mondo senza averlo mai visto. E di provare allo stesso tempo a chiarirsi le idee su ciò che si vuole fare “da grandi”. Solo chi ha le idee chiare e sa cosa ama fare può ottenere grandi soddisfazioni.


Gli altri vivacchiano, secondo me. E ricordiamo che, nonostante la piaga della disoccupazione giovanile, non c’è crisi per chi ha delle competenze, per chi crede in ciò che fa, per chi ha buone o nuove idee. Il mondo per fortuna non è solo il posticino di lavoro a due passi da casa (dei tuoi). Consiglio anche, ad un certo punto, di capire quando si è diventati adulti, per non fare l’errore come molti miei coetanei di cercare di prolungare all’infinito un’adolescenza che non tornerà più. Quando lo si capisce? Quando arriva l’età in cui, senza per forza diventare cinici come alcuni, si capisce di essere più disincantati nei confronti del mondo, e di ciò in cui si crede.


Ha un consiglio per gli adulti?

Quello di non illudersi di sapere già tutto con la scusa dell’età, soprattutto in un mondo in costante cambiamento come quello odierno. Quindi quello di non cristallizzare le proprie opinioni, su niente. Riguardo alle tematiche ambientali, invece, consiglio agli adulti di tornare ad interessarsi a temi importanti per tutti, invece che delegare tutto a ragazzi come quelli dei “Climate Strike”, magari con un approccio irrazionale come quello di chi odia o mitizza a priori Greta Thunberg.


Il fatto che giovani e giovanissimi manifestino per il clima nelle strade e nelle piazze è a mio avviso bellissimo, dopo gli ultimi due decenni spesi a vederli fissi davanti a Play Station o smartphone, ma non sono loro a dovere decidere sui temi più complessi che riguardano l’umanità ed il pianeta. Sono gli adulti a doverlo fare: gli imprenditori, i politici, gli insegnanti, i genitori. Insomma, agli adulti, soprattutto quelli più in là con l’età, suggerisco e chiedo: smettetela di pensare solo ai privilegi che rischiate di perdere. Fate qualcosa per rendere questo mondo più vivibile, perché gli anni ’60 e ’70 sono passati da un pezzo.



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Pensa che se il mondo non mangiasse carne sarebbe un posto migliore?

No, al contrario, penso che sarebbe un posto più triste, povero, malnutrito e ancora più devastato a livello ambientale. Trovo assurda ed irritante la retorica ambientalista che vuole un mondo o un prodotto vegan necessariamente più sostenibili. La carne è indispensabile per restare in salute, soprattutto in certe fasi della vita. Nel sud del mondo (quello che alcune anime belle occidentali dall’alto della loro tastiera vorrebbero “veganizzare”), molti giovani trovano uno sbocco professionale e molte donne una via verso la propria emancipazione solamente grazie alla zootecnia.


Da noi, decine di migliaia di persone lavorano duramente per offrirci ogni giorno prodotti di qualità, rispettando i propri animali sia per motivi legati alla rigida legislazione europea ed italiana sul benessere animale, sia perché per queste persone gli animali sono la loro vita, per poi vedere il proprio lavoro gettato alle ortiche dalle dichiarazioni di un’attrice o di qualche giornalista che propone di bandire i consumo di carne perché è più “etico” o perché, dicono loro, fa male all’ambiente. Poco importa se questa gente ha visto a malapena qualche allevamento (magari solo in video), o se laddove non ci sono più pastori ed allevatori si verificano incendi o fenomeni di dissesto idrogeologico (le regioni interne delle nostre isole maggiori o quelle appenniniche ne sanno qualcosa).


Un mondo senza allevamenti farebbe male all’ambiente, alla biodiversità, alla salute e alla cultura di interi popoli. Non dimentichiamo infatti l’enorme valore di carne e salumi quando si parla di tradizioni, socialità ecc. Per questo trovate come la “Dieta universale” della commissione EAT-Lancet sono insensate. Vanno a dire a un indiano e ad un australiano di ridurre (se non eliminare) il proprio consumo di carne, come se un indiano e un australiano fossero la stessa cosa. Smettiamola con questa smania filo-veg.


Dietro ci sono interessi miliardari di realtà che ci vogliono vendere a caro prezzo cibi iper-processati dalle dubbie qualità nutrizionali (un etto di affettato di lupino, che all’ingrosso costa due euro al chilo, costa più di un etto di prosciutto di Parma). Ho assaggiato il Beyond Meat burger: 19 ingredienti che nulla hanno a che fare con il cibo vero, “naturale”, nutriente. Se sono multinazionali o miliardari americani a venirci a dire come mangiare per essere etici e rispettosi dell’ambiente a me qualche dubbio viene. E mi fido più di mia nonna che, a novant’anni, si ostina a farmi lasagne al ragù o cotoletta quando la vado a trovare.





Dove attinge la motivazione che la spinge ogni giorno ad impegnarsi?

Credo dal mio desiderio di fare qualcosa che abbia per me un senso, e che mi faccia sentire soddisfatto di ciò che faccio. E ovviamente, per quanto possa suonare banale, nei miei figli. Per loro devo non solo guadagnare abbastanza col mio lavoro da potergli offrire una vita serena e dignitosa, ma anche fare qualcosa per portarli a vivere in un mondo decente, sia a livello sociale, che ambientale.


Agli inizi del mio percorso da giornalista mi aiutavano molto anche l’idealismo ed il bisogno di nutrire il mio ego. Ma oggi l’idealismo è stato in gran parte sostituito da un gran senso pratico, dell’ego invece è rimasto ben poco: credevo di essere molto più egocentrico, e invece mi sono riscoperto molto meno interessato ad apparire e molto meno motivato dal vedere circolare il mio nome di quanto pensassi. E questo mi piace molto, soprattutto in quest’era di narcisismi inutili e di selfie da social.


Il rispetto per l’ambiente, la natura e gli animali deve essere insegnato dalla scuola primaria. Utopia o possibilità?

Sembra che in Italia possa in qualche modo diventare realtà, con l’intenzione del ministro Fioramonti (co-autore con me e con il regista Stefano Cavallotto alcuni anni fa del documentario “Presi per il PIL”) di insegnare a scuola di fare entrare da settembre 2020 cambiamento climatico e sostenibilità nei programmi scolastici di ogni ordine e grado.


L’importante è insegnare il vero rispetto per l’ambiente e gli animali, non fare lavaggi del cervello come quello che porta molti bambini (e ahimé anche adulti) a confondere il rispetto e l’amore per gli animali con l’umanizzazione degli stessi. La natura può essere crudele, non è un cartone di Walt Disney. Mi auguro che si possa insegnare ai più piccoli come il suo rispetto presupponga una sua conoscenza.


Tornando alla domanda sulla carne, tema per me centrale in questo momento storico: insegniamo ai più piccoli a rispettare il sacrificio che si è fatto dell’animale, non a trattare un pollo come fosse un bambino. Portiamoli a non sprecare il cibo, invece che a preferire una merendina industriale a una fetta di salame nostrano.


Qual è la sua opinione sull’energia nucleare?

Pessima. Ne ammiro in qualche modo gli aspetti tecnici, ingegneristici, ma arrivati a questo punto della storia la trovo uno dei più grandi non-sensi del mondo. Come si può pensare di creare rifiuti radioattivi che rimangono tali anche per decine di migliaia di anni solamente per illudersi di pagare meno una bolletta, o di potere sprecare tutta l’elettricità che si vuole?


Come si può non fare tesoro di tragedie come quella di Chernobyl o di Fukushima, tenendo la testa sotto la sabbia fino al prossimo incidente? A me questa cosa fa veramente paura, soprattutto se penso che l’Europa occidentale è la zona del pianeta con la più alta concentrazione di reattori nucleari. Temo sia solo una questione di tempo, ma spero fortemente di sbagliarmi. Il recente terremoto nel sud della Francia ci ha avvisato del fatto che non esistono zone totalmente sicure per la produzione di elettricità da fonte nucleare. I problemi di Germania o Stati Uniti nello stoccaggio delle scorie è un altro monito ignorato quasi da tutti. Servono efficienza, rinnovabili e con queste possibilmente sistemi di accumulo e smart grid.


Il nucleare è roba da lasciare ai libri di storia, e a coloro che per altri decenni dovranno controllare siti di stoccaggio e reattori in fase di decommissioning. Ritengo il nucleare una seria minaccia alla vita su questo pianeta per come la conosciamo.





Mari che si innalzano, ondate di calore, flussi migratori. Come vede il futuro da qui a vent’anni?

Sia bene che male. Da una parte penso che pian piano (non tra venti o trent’anni, ma fra cento o duecento) ci ritroveremo a vivere in un mondo come quello ben mostrato dal film “Blade Runner 2049”: grandi megalopoli, popolate da persone sole e “replicanti” dalle sembianze umane (intelligenza artificiale al suo top, nel bene e nel male); barriere sulle coste per tenere i mari innalzati il più possibile a bada; fuori dalle megalopoli deserti, discariche, totale assenza di campi, pascoli e vegetazione.


Certo quello è una visione un tantino cupa e distopica del prossimo futuro, ma penso possa aiutare a tener presente che siamo già oggi in una fase di adattamento, e tra vent’anni lo saremo ancora di più. Sia a livello ambientale che sociale, perché appunto i flussi migratori legati al cambio del clima, ancora più che alle guerre per accaparrarsi le risorse, saranno sempre maggiori. E visto l’andazzo non sarà facile gestirli.


Dall’altra sono ottimista, perché vedo una sensibilità a livello sociale che era impensabile anche solo dieci anni fa, e soprattutto vedo come il mondo industriale, quello maggiormente accusato di creare degrado ambientale (in parte in effetti è davvero così) sia fortemente vocato all’efficienza, e quindi ad un uso più sensato o razionale delle risorse. Senza mitizzare la tecnologia, che sotto certi aspetti mi spaventa un po’ (nucleare e intelligenza artificiale fuori controllo ne sono due esempi), sono sicuro che l’innovazione tecnologica ci aiuterà a fronteggiare molti problemi. Ad essa però si devono accompagnare una migliore educazione/formazione, e una svolta culturale che non penso sia troppo in là da venire.





Insetti a pranzo. È una moda o una realtà?

Per adesso penso sia più una realtà che una moda, nel senso che è permesso anche in Europa cibarsi di insetti, se lo si vuole, ma non mi sembra ci sia la fila di persone desiderose di farlo, fuori dai ristoranti. Io li assaggerò di sicuro, ma è una cosa troppo lontana dai nostri usi e costumi per prendere piede in questi anni, e francamente non penso che oggi sia la soluzione ai nostri problemi alimentari.


Inoltre c’è da capire bene quali siano gli impatti ambientali e i livelli di sicurezza di queste produzioni. Gli insetti, più che per consumo umano, li vedo una soluzione sensata per la mangimistica destinata agli allevamenti, perché la produzione di farine che contengano insetti invece che soia possono essere un’ottima fonte proteica per gli animali d’allevamento, una valida alternativa che potrebbe ridurre fenomeni di deforestazione laddove davvero si tolgono alle foreste vergini spazi da dedicare alla coltivazione di soia.


Gandhi ha detto: “La civiltà di un popolo si misura dal modo in cui tratta gli animali”. Concorda? Quanto siamo civili in Italia?

Sì, concordo, ma fino a un certo punto. Sono più d’accordo con Leonardo Sciascia, che diceva: “Quando c'è in giro tanta pietà per gli animali, pochissima ne resta per l'uomo”. Vedo politici sfruttare furbescamente l’immagine dei gattini per creare consensi o abbracciare l’agnellino di turno a Pasqua per ottenere una manciata di voti in più, perché hanno capito che questa cosa funziona. Ma soprattutto vedo persone impazzire per il video di un cagnolino che gioca, e non fare una piega per le foto di bambini annegati nel Mediterraneo o fatti saltare in aria da una bomba in Siria. C’è qualcosa che non va in tutto questo.


Quando si confonde il rispetto che merita un animale con l’umanizzazione dello stesso (senza considerare che trattarlo come un umano gli fa tutt’altro che bene) è segno secondo me non di civiltà, ma di un degrado della società e delle relazioni umane che ci dovrebbe mettere in allarme.


Chi non rispetta gli animali non rispetta neppure le persone, ne sono fermamente convinto; ma chi preferisce gli animali alle persone, e sono in molti a quanto pare, ha dei grandi problemi con se stesso/a che dovrebbe affrontare, per il bene suo e degli animali su cui riversa le proprie frustrazioni. Gli animali vanno rispettati e trattati bene, che si tratti di un animale da compagnia, da reddito, selvatico ecc.


Ma ripeto l’amore per gli animali non deve camuffare la nostra incapacità di relazionarci con gli altri e con il mondo che ci circonda. Si è civili quando si rispettano gli animali, non quando li si costringe a subire un soffocante “amore” non richiesto. Personalmente gli animali li rispetto per quello che sono, non per quello che vorrei fossero. Poi se c’è chi pensa che amare un animale sia mettergli il cappottino in inverno o la maschera a carnevale faccia pure. Ma non chiamiamola civiltà.


In Italia comunque in questo senso siamo estremamente civili non perché c’è gente che “ama più gli animali delle persone”, come ho avuto il dispiacere di sentire più volte, ma perché nel nostro Paese il maltrattamento degli animali è un reato penale. Sì, se si tratta male un animale si può anche finire in galera. Credo che Gandhi avrebbe ritenuto più civile questo, che non il far vivere un maiale in appartamento.




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